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The Doors – 1967

by on 10 aprile 2013
 

È il 4 gennaio 1967, il presidente degli Stati Uniti d'America è Lyndon B. Johnson, la guerra in Vietnam è nel vivo di offensive militari sempre più massicce e alcune settimane dopo, il movimento Hippie letteralmente esplode divenendo un fenomeno non trascurabile anche e soprattutto per le campagne contro la guerra che gli "altri" giovani americani stavano combattendo (Jim Morrison più volte si schiererà contro il conflitto in questione nonostante suo padre fosse ammiraglio della marina degli Stati Uniti).
L'Inghilterra si era laureata campione del mondo di calcio dopo aver disputato in casa i famosi mondiali del 1966, l'estate successiva rispettivamente il primo giugno ed il 5 agosto vengono pubblicati "The piper at the gates of dawn" dei Pink Floyd e "Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band" dei Beatles, dischi di Rock Psichedelico per citarne altri due dei più famosi insieme al nostro "The Doors", il 1967, anno d'oro per la storia del Rock.
In Italia il festival di Sarnemo viene vinto da Iva Zanicchi, in gara, fra le canzoni più conosciute possiamo trovare "Cuore Matto" di Little Tony (che sarà uno dei singoli più venduti) ed "Io Tu e le Rose" di Orietta Berti, purtroppo quell'edizione sarà ricordata per il drammatico suicidio di Luigi Tenco. Aldo Moro è al terzo mandato come Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana.

The Doors of Perception, è un saggio filosofico sull’uomo di Aldous Huxley, l’autore analizza se stesso con l’ausilio della mescalina, quindi attraverso una percezione “diversa” e allucinata. Il titolo dell’opera ed il suo contenuto determinano il nome della band di sua maestà Re Lucertola, Doors appunto.

The Doors (1967)

Amalgama di sesso e morte. Sesso e morte, elementi cardine e facce della stessa medaglia di un disco unico, che lega a doppio filo il rock psichedelico di matrice blues alla mitologia greca, passando per una poetica che possiamo definire “maledetta” ed arrivando alla beat generation tipica del suo tempo, è il 1967, il disco in questione è The Doors, e l’emblema, nonchè artefice primario è un uomo che ha rappresentato (insieme a pochi altri) l’insofferenza e la ribellione giovanile del suo tempo financo a diventarne il simbolo, James Douglas Morrison.

The Doors è un album di esordio, ed a parere di chi scrive, disco inarrivabile, non per aver influenzato questo o quel gruppo, non per importanza storica o numero di vendite (questioni comunque di grande rilevanza e assolutamente pertinenti parlando dei Doors ), ma per originalità del suono , inconfondibile, merito della tastiera di Ray Manzarek (che dispensa sapore acido e psichedelico nota dopo nota), dello stile chitarristico e dei riff di Robby Krieger, del particolare approccio di John Densmore alla batteria (che oltre a scandire il tempo, aggiunge colore e definisce perfettamente la dinamica dei brani) o della voce di Morrison, espressiva, teatrale, insinuante, sensuale, che sembra venire direttamente dal paradiso, o meglio dall'inferno, di certo un capolavoro del genere, registrato ai Sunset Sound Recorders di Los Angeles, rimarrà opera unica ad avere quelle caratteristiche di atipicità non riconducibili direttamente a nessun altro lavoro inciso nella storia del rock. Insomma, il suono dei Doors ce l'hanno solo i Doors, e non è poco se prendiamo in considerazione molti altri mostri sacri dell'epoca.

Il disco inizia con un pezzo di breve durata, tuttavia è sufficiente la linea di basso suonata da Manzarek e la prima strofa di Jim per rimanerne folgorati:

You know the day destroys the night
Night divides the day
Tried to run
Tried to hide
Break on through to the other side

Col primo brano siamo già letteralmente immersi nell'immaginario cammino che ci porterà inevitabilmente all'oblio, accompagnati per mano dall'istrionico conducente.
Un riff di tastiera ed un breve assolo di Krieger ci introduce ad un pezzo di cui non possiamo e non dobbiamo sottovalutarne il testo, "Soul Kitchen", prendiamo la strofa cantata con maggior vigore:

Let me sleep all night in your soul kitchen
Warm my mind near your gentle stove
Turn me out and I'll wander baby
Stumblin' in the neon groves

La traduzione sarebbe un atto ingeneroso, in due parole quindi, il desiderio di dormire nella cucina dell'anima da cui un allontanamento vorrebbe dire vagare, barcollando, tra foreste di neon è poesia ricca di metafore come da "tradizione psichedelica", di cui Jim è principe.

È il turno di "The Crystal Ship", dolce e romantica, come ogni saluto, come ogni addio prima di un lungo viaggio, in primo piano non un treno, neanche un aereo, bensì una più emozionante nave di cristallo. Il brano contiene un suggestivo passaggio di piano in cui ogni nota sembra farsi pioggia che cade nel deserto, la "gentle rain" che canta Morrison è quindi pienamente raffigurata in musica.

Respiriamo aria meno rarefatta ascoltando "Twentieth Century Fox" e "Alabama Song" (una delle due cover del disco, il brano è stato preso da molti altri artisti, personalmente è questa dei Doors la versione che preferisco), i due brani si mantengono su binari di "atipicità sonora" e lascia nell'ascoltatore un senso di sacralità profana e nello stesso tempo maestosa nonché introduzione perfetta di uno dei capolavori assoluti e mai scolpiti nel rock tutto. Poche chiacchiere, "Light My Fire", fiumi di inchiostro sono già stati spesi per descrivere questo fuoco da attizzare come fosse un sacrificio, un'offerta al dio Eros che mischiando sesso e desiderio intreccia a sua volta un vorticoso e monumentale organo ad una chitarra in stile flamenco che qui ci regala il suo assolo migliore definendo e marcando indelebilmente le sonorità "Doors".

A seguire troviamo un omaggio ad uno dei bluesman che più ha influenzato il rock, saranno molti gli artisti che faranno i conti con Willie Dixon, nel nostro caso il blues in questione è "Back Door Man". Riprendiamo fiato per la seconda volta con "I Looked At You" che ci regala accordi meno cupi ma con la solita costante, le frasi eleganti in tastiera di Manzarek che ci stanno accompagnando senza mai alcun colpo a vuoto.

Poco prima della fine abbiamo due pezzi che sembrano essere scritti da due autori diversi, uno imperniato sul punto di arrivo inteso come fine ("End Of The Night") e l'altro che crea un'atmosfera, musica e testo, incentrata su un punto di partenza o comunque su una rivoluzione/evoluzione, quindi cambiamento e vita ("Take As It Comes").

Siamo giunti alla fine dell'album, quindi ad uno dei brani più controversi della storia della musica popolare del novecento, servirebbe uno speciale intero (by MyRock ovviamente) per farne l'esegesi dettagliata, e non è detto che non si torni a parlare del singolo capolavoro e perla finale del mai troppo celebrato raga rock.
Il brano col famoso verso edipico censurato che sfocia in un crescendo di dettagli strumentali ipnotici dove la figura del Re Lucertola trova terreno fertile con la sua spiccata attitudine teatrale è di fatto un'esperienza di ascolto come poche altre e un assaggio di ciò che potrebbe essere stato assistere ad un suo spettacolo dal vivo.
La fine, la morte, l'unica amica

This is the end,
beautiful friend
This is the end,
my only friend, the end.

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