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Mumford & Sons – Wilder Mind – Recensione

by on 8 maggio 2015
 

Chissà come si sente l’artista che cambia direzione: è una specie di coming out, per altro passibile di essere preso male anche da chi ti vuol più bene, i fan. Dylan a Newport e nella tournée successiva (sentitevi The Bootleg Series Vol. 4) si tirò dietro qualsiasi cosa, a causa della scelta di abbandonare il folk per il rock. Idem per Miles Davis, che ai tempi di In a silent way scandalizzò i puristi del jazz ma inventò il jazz-rock. Per fare un salto agli ultimi decenni, mi viene in mente Zooropa, che un giornalista definì (velenosamente) come “la più grande band al mondo - gli U2 - alle prese con la più grande crisi di mezz’età al mondo”. Visto che Marcus Mumford ha preciso la mia età (classe 1987), mi chiedo se è anche il loro caso, ma ne dubito. Fatto sta che il tipico sound m&s, fatto di banjos, chitarre acustiche e ritmi folkeggianti, è sparito in questo disco, costringendo perfino Wikipedia a cambiare la definizione del gruppo da “folk-rock band” a “rock band”.

Wilder Mind (uscito il 4 maggio), richiama i Coldplay, Springsteen, i Killers (forse nella loro deriva pop-springsteeniana di Battle Born, che proprio pochi giorni fa Brandon Flowers ha definito “debole”), ma anche i War on drugs, Jeff Buckley, The National. Un cambiamento c’è stato, e lo si vede dagli arrangiamenti, prevalentemente elettrici/elettronici. Come una pop band qualsiasi, direbbero i fan più delusi. Certo, anch’io avevo creduto al folk revival. Come in molti avevano creduto ad Obama. Ragazzi, For Emma, Forever Ago è del 2007: un’altra epoca, un altro mondo. Si era agli albori della crisi: il ritorno ai maglioni di lana e alle camicie da boscaiolo sembrava legato a doppio filo all’economia che andava giù assieme al morale di tutti. E con Babel e Sigh no more (per altro discussi, ai tempi, dai folkies più tenaci), il gruppo londinese sembrava aver trovato l’uovo di Colombo: un folk-pop adatto alle classifiche (primi anche negli USA) e accettato per quello che era. Noi freaks cresciuti a pane e Dylan, marmellata e Cohen, potevamo finalmente dichiararci al mondo! Ho persino assistito ad una serata in discoteca in cui tra un Avicii e un Tiësto hanno mandato Little lion man.

Ma poi i sogni finiscono. E la band in cui credevi ha pensato di cambiare. Ma non riduciamoci a dei One directioner con barba e scarponi. Era prevedibile che finisse così. E forse è meglio che lo sia.

And no flame burns forever, oh no

You and I both know this song too well

And most don't even last the night

No they don't, just say they don't

(Tompkins Square Park)


(Che poi i testi sono profondi come prima. E gli arrangiamenti ben curati. Anzi, l’intero album ha un tono malinconico, come il miglior Justin Vernon. Negli ultimi giorni l’ho ascoltato tanto: basta fare finta che non siano quelli lì, ma una band nuova e diversa. Hanno ammazzato i Mumford, i Mumford sono vivi).

Giudizio S.V.

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